Category: consapevolezza di sè

COME SIAMO ARRIVATI AD ESSERE COME SIAMO OGGI?piccolo viaggioattraverso gli insegnamenti avuti e dati.

Siamo stati cresciuti, almeno quelli dalla mia generazione a ritroso, con l’insegnamento del rispetto per le persone più grandi di noi, di coltivare lo slancio altruistico, di osteggiare il nostro naturale egoismo.

Poi è successo qualcosa.

L’altro giorno, per andare in centro, ho preso un autobus. Era una vita che non ci mettevo piede sopra. Il corpo passeggeri era variegato: giovani, anziani, persone di mezza età. La mia attenzione è stata catturata da una signora anziana che si reggeva a mala pena in piedi e pur sostenendosi alla maniglia di un seggiolino sul quale era seduto un sedicenne, ad occhio e croce, questi non le ha ceduto il posto pur avendola vista.

Ci sono rimasta male.

Ai miei tempi, non dico che si faceva a gara a chi cedeva il posto per primo, ma quella forma di rispetto almeno per gli anziani, era davvero forte. Lo so, è un banale esempio, ma mi ha fatto riflettere e molto.

Certo che non voglio fare il solito discorso generazionale più che inflazionato “sulla gioventù d’oggi”( da che mondo è mondo, i giovani sono sempre stati definiti “ribelli”).

No, il discorso è un altro: che cosa abbiamo trasmesso NOI ai nostri figli?? E non dico a parole, ma a fatti. Sì, noi, con i nostri modi di comportarci, di pensare, di sostituirci a loro esaudendo la benché minima richiesta quasi immediatamente?

Noi siamo i figli del dopo-guerra, i figli dei figli della sopravvivenza, dei moltissimi contadini e dei pochissimi benestanti. I nostri genitori sono cresciuti in un momento di grandi cambiamenti, di restrizioni e privazioni e con queste premesse si sono ripromessi di non far passare i propri figli per le medesime traversie, quindi tutti a scuola, meglio se fino all’università. Così siamo arrivati ad una generazione che per il 90% è diplomata e/o laureata. Non stupiamoci, oggi, come mai in un cantiere edile troviamo manovali anziani e solo giovani extra-comunitari, così come per ogni altra attività che richiede abilità manuali.

Capisci dove voglio arrivare? Abbiamo tutti reso imperante il “pezzo di carta” che ci qualifica e per il quale abbiamo sacrificato l’apprendistato formativo impartito dal vivere nel quotidiano: ci siamo trovati con la pappa cotta nel piatto e in diversi casi, abbiamo anche trovato di che criticare!

Il risultato?

Tutto ci è dovuto, siamo i padroni del nostro tempo, delle conoscenze, dirette o indirette che siano, i fautori indiscussi del nostro futuro… o almeno è questo che ci raccontiamo. In compenso ci siamo lasciati alle spalle il come coltivare i rapporti umani, le relazioni sia di amicizia, sia di affetto e amore in tutte le loro forme. Siamo diventati dei cultori dell’apparire e non dell’essere… ci siamo volutamente dimenticare delle nostre origini, del perché siamo qui.

Scusa, non voglio apparirti presuntuosa, ma non ti pare che stiamo un tantino esagerando?

Basta guardare i nostri bambini: a 10 anni hanno già bruciato le tappe, sono super informati, sanno usare il pc, la play station, wii, il cellulare e chi più ne ha più ne metta, dopo la scuola tra catechismo, calcio, atletica, corsi di vario genere, arrivano a 15 /18 anni con già alle spalle relazioni amorose già consumate, durate l’arco di 2 fine settimana e concluse. Si identificano nei loro vari clan con lo slogan “ chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori” o appartieni ad uno di questi, o sei uno zero: potresti essere la sapienza e la saggezza in persona, ma fuori dal giro non sei nessuno, solo oggetto di derisione ed emarginazione. Ancora qualche anno e si entra nel mondo della competizione, dove fare lo sgambetto al compagno di merende diventa del tutto normale se non addirittura necessario.

Ma sotto sotto, dentro di noi, qualcosa brucia, urla.

Allora abbiamo due possibilità: o soffochiamo il tutto, ignorandolo ( scelta più facile nell’immediato), o l’assecondiamo incamminandoci nei meandri dentro di noi per capirne la natura e la richiesta. Questo però comporta un prezzo che non sempre abbiamo voglia di pagare… forse perché faticare non è nelle nostre corde? O forse perché comunque questo ci porterebbe ad una sorta di sofferenza, alla mercè dei giudizi altrui, al pericolo di non essere più capiti e accettati dagli altri?Forse per questi motivi e magari anche per altri, ma penso che la causa principale è che non sappiamo come si fa, perché non ci è stato insegnato come fare a tempo debito.

Non c’è scampo: ogni nostra azione ( fatta o meno) porta delle conseguenze che prima o poi verranno a riscuotere dal debitore o dalla sua discendenza, se il primo non è più in grado di pagare.

E’ inevitabile, le comodità si pagano a prezzo di lusso, ma proprio perché comode, non ti insegnano strada facendo a pagare in piccole rate, così arrivi ad un passo dalla meta che per compiere l’ultimo ti presenta l’onorario tutto insieme e se hai entrate minori di ciò che è richiesto, resti lì, dietro la porta a vetri a guardare chi ha percorso la strada magari più lunga e tortuosa che essendo già avvezzo a lasciare piccoli acconti, ora è là, oltre la soglia, mentre tu sei rimasto fuori.

QUESTIONE DI LIMITI

Hai mai notato da quanti limiti siamo circondati? Limiti di velocità, di carico, di portata, di età, deviazioni obbligatorie, divieti di sosta, richiesta minima di requisiti, titoli di studio, dimostrazioni di esperienza, osservazioni di regole ecc.

In ogni contesto, il più delle volte, una limitazione ha la sua ragion d’essere, certo, ma è sempre vero?

Voglio dire, ci sono casi in cui, per evitare qualcosa di peggio, bisogna oltrepassare la linea di demarcazione.

Per esempio, stiamo percorrendo un tratto di corsia stradale delimitata dalla doppia linea bianca continua alla nostra sinistra. Il segnale è chiaro e inequivocabile: non invadere l’altra carreggiata. Supponiamo che procedendo, ad un certo punto, ci troviamo un ostacolo alla nostra destra: due ragazzini caduti dalle biciclette e stesi a terra. Che si fa?

Lo spazio per frenare è insufficiente. Li travolgiamo per non sconfinare la delimitazione della doppia riga, ed essere così ligi al codice della strada, oppure invadiamo l’altra carreggiata per lo stretto necessario per evitare sia di investire i ragazzini, sia la collisione con un’eventuale vettura che arriva dal lato opposto? E’ una questione di istanti.

E’ una questione di istinto.

Sicuramente sceglieremo la seconda ipotesi. Però così facendo abbiamo commesso un’infrazione.

Ovviamente, dal punto di vista delle priorità e del buon senso, il cercare di scansare i malcapitati è l’azione più logica da effettuare, ma eticamente sei nei guai. E se nel fare questa manovra sfreghi un’auto che proviene normalmente dalla carreggiata opposta? Capisci che la cosa si complica.

Adesso non voglio certo entrare nel merito dell’esempio in sé, anche perché si spera, nell’eventualità, di essere così fortunati di salvare capra e cavoli, e superare l’ostacolo senza incidenti.

Alla fine della fola, comunque il codice della strada ha sempre ragione in quanto ti dice che comunque sia, la tua andatura ti deve consentire di avere il tempo e spazio utile per evitare un ipotetico ostacolo, quindi di fermarti senza fare danni né a destra, né a sinistra e restare dentro la delimitazione della tua corsia.

Non è semplice!

Se ogni volta che ti metti al volante pensi a tutte le controversie che si potrebbero verificare, … rinunceresti all’auto e prenderesti il bus o un taxi: almeno ti risparmieresti tutte le responsabilità del caso!

E allora? Che senso avrebbe prendere la patente, comprarsi la macchina? Vedi come sia tutto relativo? L’unica cosa che ci permette di andare oltre è la nostra propensione al rischio.

C’è chi lo chiama “libero arbitrio”.

Chiamalo come ti pare, tanto la sostanza non cambia.                                              Di fatto, ciò che conta, è la misura con cui ti metti in discussione, e qui credo non ci sia limite che tenga: o ci provi o non ci provi.

Non esiste una via di mezzo, un compromesso: la verità nasce sempre da un paradosso!

C’è il bianco perché c’è il nero, la luce perché c’è il buio, il giorno perché c’è la notte. Ciò non ostante né i primi, né i secondi sono “buoni” o “cattivi”, “giusti” o “sbagliati” in sé,sono tutto e niente nello stesso tempo perché gli uni senza gli altri non avrebbero ragione di esistere.

Se si riduce tutto a quest’ottica, vedi come tutto diventa relativo? E allora??Perché tendiamo sempre a complicarci la vita? Perché continuiamo a far girare le nostre rotelline cerebrali, imponendoci limiti su limiti su questioni di rilevanza zero?

Torniamo sempre al unto di partenza, e come è scritto più volte nella Bibbia, “Nel principio non era così”. Abbiamo perso di vista l’obiettivo principale e cioè il VIVERE BENE il che vuol dire in armonia con noi stessi e con ciò che ci circonda… a che punto siamo? Stiamo veramente vivendo alla grande? SIAMO CONSAPEVOLI DEL FATTO CHE STIAMO VIVENDO UN’ESPERIENZA UNICA? O piuttosto non stiamo SOPRAVVIVENDO alla meno peggio in sintonia con ciò che siamo e con ciò che ci circonda?

Credimi, non voglio essere disfattista, ANZI, è proprio il contrario. Vorrei riuscire a catturare la tua attenzione perché tu potessi cercare di vedere la vita da un altra ottica. Ti rendi conto che ci siamo costruiti una realtà artificiale in cui stiamo rinnegando noi stessi, dove conta più l’”apparire” che l’”essere”? Che ci siamo creati un sacco di esigenze fittizie solo perché abbiamo paura di guardarci dentro? E lo sai perché? PERCHE’ CIO’ CHE NON CONOSCIAMO CI SPAVENTA e allora preferiamo fuggire, nasconderci dietro una forma compatta di sabbia bagnata, che una volta in balia del sole e del vento si asciuga e si disperde intorbidendo l’aria circostante a tal punto da non riuscire a vedere più niente. Da qui alla confusione, allo smarrimento, alla depressione il passo è davvero breve.

Metti la ragione al servizio dell’istinto, come nel caso dell’ostacolo descritto più sopra, e vedrai che smetterai di nasconderti, di fuggire e comincerai ad essere presente a te stesso, a parlare con te, a conoscerti, a stupirti di quante risorse ha il tuo fisico per affrontare ogni situazione e sbriciolare qualsiasi limite ti venga opposto.

Ricordati: le cose si imparano solo facendole, non ci sono scorciatoie o sconti e non c’è qualcuno che possa fare al posto tuo. Svegliamoci, riprendiamo il controllo di noi stessi nel lasciarci andare alla scoperta di come siamo fatti, delle infinite e poliedriche risorse che neppure sospettiamo di possedere.

E’ come se andassimo a mendicare pur avendo la casa piena di ricchezze, non per avidità o grettezza, ma per ignoranza e stupidità!

AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO

specchioLa Bibbia riporta che questo è uno dei primi comandamenti della legge che Dio ha scolpito sulle tavole del Sinai in presenza di Mosè per il suo popolo.

La prima cosa che mi viene in mente è che quando viene dato un ordine, è perché di solito quella richiesta, fino a quel momento, o è stata disattesa o viene soddisfatta solo a volte. In definitiva un ordine ha significato là dove quella imposizione non è naturale, automatica per un individuo.

Un ordine va eseguito e basta: non c’è posto per frasi tipo “se ne ho voglia, … se mi piace lo faccio” si ubbidisce e punto!

Supponendo di dover sottostare a questa legge, (e dico “supponendo” perché di fatto dopo la venuta di Cristo sulla terra, la legge non ha più ragione di esistere con quell’autorità con cui era stata coniata perché il decalogo è stato realizzato ed esaurito nella vita-morte -resurrezione di Gesù), da che parte si comincia a manifestare amore per gli altri?

Amando se stessi.

Forse che, indirettamente, siamo invitati ad ubbidire all’ordine di amare noi stessi?

Già questa cosa è interessante, perché vista così , pare proprio che noi non ci amiamo da soli.

Ti sembra assurdo?

Potrebbe anche essere, allora dimmi, tu ti ami? Cosa significa per te “amare te stesso?”

Amare è un verbo che esprime un sentimento e sottintende anche conoscenza. Per poter dire “amo il mare” implica tacitamente che io conosca il mare, altrimenti come potrei amarlo?e così è per ogni cosa o persona per cui nutro quel sentimento o applico quel verbo, rendo l’idea? Tutto questo, se lo trasliamo su noi stessi, vuol dire che per amarci dobbiamo per prima cosa conoscerci.

Ma cosa vuol dire “conoscerci”? Fino a che punto conosciamo noi stessi? Si certo, sappiamo sicuramente cosa ci piace e cosa no, conosciamo ciò che ci rende felici o meno, le nostre preferenze, ma andando un po’ oltre…sappiamo come funziona il nostro corpo, per esempio? Come possiamo prenderci cura del nostro corpo se non sappiamo nemmeno come funziona?

Ovviamente non voglio dire che per volerci bene dobbiamo sapere come si chiama ogni nostro muscolo o legamento, ogni singolo osso, certo che no, ma almeno sapere interpretare i messaggi che ci invia il nostro corpo, questo si.

Per farmi capire, ti porto un pezzo della mia esistenza come esempio.

C’è stato un periodo della mia vita in cui ho sofferto di mal di testa atroci, di quelli che ti attanagliano la testa giorno e notte per una settimana di fila. Il dolore era così forte che mi dava perfino la nausea, per avere un minimo di sollievo dovevo stringermi un fazzoletto attorno alla testa, che mi fasciasse la fronte e annodarmelo sulla nuca per ridurre il “tampellamento” delle vene, dovevo stare sdraiata al buio nel silenzio più assoluto: anche il più lieve rumore rimbombava nella mia testa come un gong. Anche il respirare era una tortura. Non hai idea di quante cose abbia provato per porvi fine, ma niente è servito. Così mi sono rassegnata, ho convissuto con questo problema per diversi anni e intanto il mio morale andava sempre più giù. Ero depressa, dolorante , avvilita, ogni giorno sempre un po’ più spenta fino a che un giorno, dalla mia posizione orizzontale, mi sono messa a fare la scansione della mia vita, a chiedermi perché mai stessi in quello stato senza una causa fisiologica apparente. Non so se è stata una scintilla provocata dalla collisione di alcuni neuroni che stavano scorrazzando per la mia testa all’impazzata, fatto sta che mi si è accesa la classica lampadina: non ero contenta della mia vita, nello specifico, non mi piaceva il lavoro che facevo. Lo stavo vivendo come un’imposizione, come un qualcosa di alieno. In effetti era così: avendo sposato un coltivatore diretto, era logico e consequenziale che io imparassi a mungere le mucche e ad accudirle. Ma era davvero così la storia? Mi era stato davvero imposta quella mansione o ero stata io a farmi il viaggio che se mi fossi resa utile in azienda mi sarei fatta benvolere dai miei suoceri? Cavoli! Ero stata io a decidere di imparare, mi ero lasciata sedurre dal mio bisogno di sentirmi accettata da mio suocero, di compiacere mio marito. Mi ero piegata alla logica che una persona vale per quello che fa e non per quello che è.

Caspiterina, avevo preso una cantonata micidiale, avevo fatto tutto da sola! Quel lavoro era molto duro, inoltre mi portava via un sacco di tempo, sei ore al giorno solo per la stalla, e la casa? E lavare, stirare, preparare i cibi, e i figli da seguire?? Per tutte queste cose, giuste se vogliamo, avevo sacrificato i miei sogni, le mie aspirazioni, la mia sete di sapere, di leggere di imparare. Invece di vivere la mia vita, stavo vivendo quella che avrebbero voluto gli altri. Ti rendi conto? Il mio malessere latente derivato dall’abbandono del “mio mondo” ( mi sono sposata a 18 anni e vivevo in città, frequentavo ancora la scuola secondaria) e la prospettiva di vivere per il resto della mia vita, chissà forse i prossimi 50, 60 anni, in quella realtà monocromatica senza altri sbocchi mi aveva letteralmente debilitata. Avrei voluto ribellarmi, ma mi trattenevo solo per paura di perdere mio marito e le mie due prime figlie.

LA SVOLTA

A quel punto misi su un piatto della bilancia quello che avrei potuto perdere e sull’altro quello che avrei potuto fare: il prezzo della mia “libertà” era troppo alto, non avrei avuto la forza per pagarlo. Allora feci un’altra “pesata”. Misi da una parte il lavoro che stavo facendo, e dall’altra il “pacco sorpresa”, cioè che avrei dovuto accettare di continuare quel lavoro solo per un altro periodo di tempo, fino a quando non avrei trovato il modo di aggirare l’ostacolo, trovato una soluzione.

Il solo fatto di aver cambiato atteggiamento verso una situazione che non poteva essere cambiata all’istante, ma che avrebbe potuto esserlo di lì a qualche tempo, fece entrare un po’ di luce dal fondo del tunnel.

L’aver preso coscienza che ciò che stavo vivendo era una MIA conseguenza, compresi altresì che ero sempre io a dovervi porre rimedio. IO NON POSSO CAMBIARE GLI ALTRI, MA ME STESSA SI. BASTA VOLERLO.

E’ così che i mal di testa hanno cominciato a diradarsi e diminuire di intensità fino alla loro definitiva scomparsa.

Il mio mal di testa non era fisiologico, ma psicosomatico, cioè era una richiesta di ascolto disattesa.

E più ignoravo i messaggi del mio corpo, più suonava forte il campanello di allarme; più eludevo i richiami, meno amore dimostravo a me stessa. Ho imparato anche un’altra grande lezione: mai farsi dominare e dirigere dai propri bisogni emotivi, è molto più saggio cercare di arrivare alla sorgente di tale bisogno perché molto probabilmente la sua origine è da ricercare proprio in noi stessi. Vedi, anche io, come ti ho appena raccontato, cosa ho fatto?? Volevo che mio suocero mi volesse bene come ad una figlia, avevo questo bisogno di essere ben voluta e non avevo capito che se non mi amo io per prima, come possono farlo gli altri? Se io non ero portata per fare quel lavoro, mi son fatta auto-violenza, quindi non ho mostrato amore verso me stessa non avevo capito che il bisogno primario che avevo, era di amarmi in prima persona. Non prendendo in considerazione questo fatto, mi son fatta del male da sola e non ho ottenuto l’affetto di mio suocero. Fra me e lui c’è sempre stato un muro. Solo durante l’ultimo anno della sua vita ha lasciato cadere la corazza dell’uomo duro “che non deve chiedere mai”.Ci ho messo 30 anni, ma alla fine ho centrato il mio scopo con lui, mentre le mucche le ho governate solo per 20 anni. E’ stata dura, ma la perseveranza, che non era proprio nelle mie corde, mi ha modellata, temprata e oggi conosco il mio valore, conosco i miei limiti. E a cosa serve conoscere i propri limiti se non a superarli? Ma questa è un’altra storia!

L’ISTINTO: la nostra guida, il nostro “salvagente”.

Quante volte ti sei trovato in una situazione in cui hai agito di getto, senza pensare? Si quelle circostanze in cui ti muovi senza una ragione apparente, sulle quali ti soffermi “dopo” a pensare, a gesto o frase compiuta. Da dove è scaturita quella reazione?

Dal tuo istinto.

Il più delle volte, quando pensiamo all’istinto, rivolgiamo la nostra attenzione a quello che, genericamente, chiamiamo “istinto di sopravvivenza” convincendoci, erroneamente, che  l’unica sua funzione sia fine a se stessa.

Così non è!

Il vocabolario spiega: 1)manifestazione congenita ed eriditaria, quindi anteriore all’esperienza, che fa parte dell’inconscio, e che ha il compito di preservare l‘ individuo per la conservazione della specie. 2) spinta interiore, indipendente dall’intelligenza, che porta l’uomo ad agire in un determinato modo. Inclinazione naturale dell’animo umano. Impulso spontaneo e irrazionale.

E’ interessante anche ciò che riporta il dizionario dei sinonimi e contrari: impulso congenito,inclinazione naturale,disposizione naturale, propensione,attitudine, tendenza. Contrario: volontà, volere, proposito, intenzione, ragione.

Gli antropologi, inoltre, ci  informano che i primi uomini vissuti sulla Terra, avevano la massa cerebrale molto meno sviluppata della nostra. Verrebbe da pensare che i nostri avi fossero davvero poco intelligenti, ma allora come ha potuto il genere umano evolversi fino ai giorni nostri?

La risposta è da attribuirsi ad un solo fattore: l’istinto.

E’ con quello che l’uomo primordiale si procurava il cibo, sapeva che doveva cacciare sottovento, sapeva decifrare i segni del cielo per capire l’andamento metereologico, sapeva di trovarsi davanti ad un pericolo, ad una minaccia.

Ogni cellula dei suoi sensi funzionava come un micro radar, o una parabola se preferisci, per captare anche la più piccola informazione dal mondo che lo circondava.

Nel trascorrere dei secoli, ha usato sempre un pò di meno l’istinto e sempre un pò di più la ragione fino a quando questa ultima non ha preso il sopravvento. Recenti studi sul cervello hanno dimostrato che esso si è formato strato su strato proprio attorno alla sede dell’istinto, quasi soffocandolo.

Proprio l’altro giorno stavo ragionando con una mia amica sul numero esagerato delle  scoperte scientifiche straordinarie di questo ultimo secolo.

Se le proporzioniamo a quelle fatte dalla notte dei tempi ad oggi, credo che converrai con me, che in questi ultimi 100 anni l’uomo ha materializzato più scoperte che per i 3900 anni precedenti.

Pensa all’invenzione della radio, della televisione, dell’automobile, gli aerei, le navicelle spaziali… pare che siamo arrivati persino sulla Luna!

Pensa anche solo allo strumento che ci sta tenendo in contatto in questo momento: il pc! Con esso possiamo, dalla nostra postazione, viaggiare, anche se virtualmente, in tutto il mondo, telefonarci, vederci in tempo reale… una notizia su internet fa il giro di tutto il globo in un nano secondo…

Mi viene in mente una profezia della Bibbia dove è scritto “ogni occhio lo vedrà”  anche solo 30 anni fa sembrava fantascienza una frase simile… oggi comincia ad essere possibile…

L’inghippo di tutto questo sta nel fatto che stiamo perdendo una nostra peculiarità molto importante. Non che io sia contro l’intelligenza, intendiamoci, ma è che abbiamo perso di vista le priorità: si può coltivare ugualmente l’intelligenza, però non bisogna distruggere l’istinto.

Infatti è proprio quello che ci aiuta a risalire la china quando cadiamo nello stress, nella depressione ( frutti della ragione e non dell’istinto). Non sono i ragionamenti, per profondi belli stimolanti che siano, che ci salvano dall’autodistruzione, è l’istinto di conservazione. Quello stesso che ci porta a compiere gesti “illogici” in situazioni d’emergenza, che una volta poi superata la crisi, saranno oggetto di giudizio per la razionalità.

L’istinto atavico, oltre che manifestarsi per singolo individuo, per mezzo di questo, si espandeva anche anche al gruppo di appartenenza.

Dov’è tutto questo oggi? oggi ti devi guardare le spalle, non esistono più certezze, ogni ruolo è snobbato, la famiglia  ha perso la sua funzione protettrice (verso i figli piccoli) e formatrice (verso i figli adolescenti), le istituzioni sono carenti, il lavoro a tempo indeterminato è scomparso, raramente si può contare sugli amici, la lealtà il rispetto non si sa più dove siano… e qual è il risultato?

I nostri figli rimangono in casa con un genitore ( dato l’alta incidenza di separazioni ) fino a 30 anni e anche più ( a causa della scarsa o nulla preparazione ricevuta per affrontare la vita da soli), hanno lavori precari e magari anche al di fuori dalla cerchia dei loro studi; le donne vogliono dimostrare agli uomini che non hanno nulla da invidiare a loro, gli uomini si sentono sopraffatti dalle donne e tutti soccombono senza distinzione sotto la tecnologia robotica e informatica: è il panico!

Allora eccoci soccorsi dalla nostra intelligenza che ci ha portato a dove siamo oggi, dove l’apparire conta più dell’essere, quindi abbiamo inventato la moda, la politica, le religioni, il gossip, la settimana bianca, le associazioni senza scopo di lucro, le organizzazioni mondiali per la fame nel mondo ecc…e stiamo perdendo noi stessi!

Un giorno di black out nazionale ci mette in ginocchio: non possiamo più vendere e comprare, non possiamo comunicare, scaldarci, nutrirci, lavorare, usare l’ascensore, salire sul metrò… ci sentiamo dei cavernicoli! Forse perché anche a quei tempi il genere umano si vestiva con pellicce di animali??

Scusate, dimenticavo, ora siamo ecologici… usiamo pellicce sintetiche (ma non sarà perchè i pochi esemplari rimasti  sono protetti?)

Mi rendo conto di essere impopolare parlando in questo modo, ma ho voluto di proposito provocare pesantemente, perché solo un terremoto interiore può incrinare la cementata in cui abbiamo relegato il nostro istinto impedendogli di svolgere la sua funzione.

L’istinto non esclude l’intelligenza, l’ideale sarebbe la sinegia tra i due fattori, la loro complementarietà e non certo la supremazia dell’uno sull’altra o viceversa. Dvremmo trovare il giusto equilibrio.

Questa è la chiave di tutto, l’equilibrio. Tutto intorno e dentro di noi si dovrebbe muovere ed evolvere con equilibrio: il sistema solare, le stagioni, il nostro corpo… quando questo viene alterato anche solo in minima parte, cominciano i guai. Basta ascoltare le notizie sul buco nell’ozono, lo scioglimento dei ghiacciai, le nostre malattie, persone che buttano il cibo, altre che muiono di fame… tutti squilibri che trovano origine dalle nostre bellissime e profonde pensate! Colpa del sistema?? ok, ma chi c’è dietro al sistema?  alla fine della fola c’è sempre ognuno di noi, volenti o nolenti, ognuno di noi ha il proprio pezzettino di responsabilità.

Lo so non è piacevole ammetterlo, ma è vero, io, tu, e tutti gli altri  siamo le tessere del grande mosaico: svegliamoci finché siamo ancora in tempo, forse!

Il cervello: la nostra “mappa”

Come si fa ad acquisire la consapevolezza di sè? Cosa vuol dire in pratica?

Lo sappiamo tutti che il nostro cervello è ubicato dentro la scatola cranica, ben protetto da una parete ossea e che non ha contatti diretti con l’esterno. Se ne sta al buio, in cima alla nostra testa e, finchè abbiamo un anelito di vita, lui non cessa di elaborare, anzi, per meglio dire è il contrario, finchè lui lavora, noi siamo coscienti di essere vivi.

Qual è la sua funzione?

Per prima cosa dirige tutte le nostre funzioni vitali, quali battito cardiaco, respirazione,  le varie funzioni ghiandolari e via discorrendo e lo fa alla grande e non ostante noi non ci rendiamo neppure conto della complessità di tutti questi equilibri. Per esemplificazione, noi diciamo che le applica in automatico.

Ma tutto il resto? Come si forma e si fissa  in esso la nostra conoscenza, il “nostro sapere”?

Attraverso i nostri cinque sensi,( vista, tatto, odorato, udito, gusto), lui registra ogni nostra sensazione e la catologa. Come? scomponendola in frammenti e archiviandola in uno schedario dalle voci infinite.

Ti faccio un esempio. Tocchi una rosa. In un nano secondo, il cervello raccoglie tutte le informazioni: dimensione, colore, forma, staticità (dalla  vista); fragilità, delicatezza, morbidezza (dal tatto) profumo, intensità( dall’ odorato); nessuna emissione di suono (dall’udito): non commestibile ( dal gusto).

A questa prima “scansione” ne segue una seconda, come una sottocategoria, in cui crea dei collegamenti con altre inforamzioni  già archiviate. Per esempio, grande come… rosso intenso come una ciliegia, il sangue, il colore dell’amore… delicatezza come seta o velluto, sensazione piacevole… ecc

E’ da qui che nascono le associazioni di idee, i concetti, i paragoni.

Ma se ci pungiamo con una spina che succede? che di nuovo i cinque sensi trasmettono informazioni al cervello, che ricordiamo chiuso nel buio del suo maniero, crea l’ologramma di ciò che gli viene riportato, e di nuovo cataloga il dolore del forotto, la fuoriuscita di una goccia ematica e contemporaneamemte manda i globuli bianchi a “ricucire” la ferita, schiera gli anticorpi contro eventuali invasori nemici; spedisce nell’archivio della memoria una nota di attenzione per la prossima volta che gli occhi si poseranno su una rosa e una mano si protenderà per coglierla con le relative proposte di soluzioni perchè l’esperienza poco piacevole del dolore si ripeta.

Così succederà che la volta seguente che guarderemo una rosa, tra tutti gli stimoli che il cervello ci manderà in risposta, spiccherà il tabellone a luce rossa alternata “ALLARME” e tu porrai molta attenzione a non mettere più il dito sulla spina, magari cercherai un guanto e le forbici per raccoglierla senza danni.

Lo so che non ti sto dicendo nulla di nuovo, ma volevo che tu fossi focalizzato su questo itinerario, perché è lo stesso procedimento che il cervello usa per archiviare tutte le tue sensazioni, le quali originano le emozioni che a loro volta determineranno i tuoi pensieri e di conseguenza, anche le tue azioni.

Ecco perché è importante porre attenzione, la massima, a ciò che si deposita nella propria testa!

Nella stessa maniera, ciò che percepiamo di noi stessi viene decodificato e archiviato nella memoria. Va da sè che questo processo inizia proprio dalla nostra nascita.

Certo che da neonati non abbiamo la consapevolezza di ciò che  succede sia dentro sia fuori di noi, pur non di meno il cervello assolve alle sue funzioni, infatti respiriamo, piangiamo quando abbiamo una qualsiasi necessità fisica e ci acchetiamo quando queste vengono soddisfatte… ci avevi mai riflettuto? La prossima volta che hai a tiro un infante, osservalo: resterai affascinato di come sappia farsi rispettare! Questo dimostra che ha un certo grado di autonomia.

Crescendo, impariamo a familiarizzare con i nostri arti, cominciamo a capire i rudimenti del linguaggio verbale, anche se quello corporeo ci è più chiaro e non per niente certi gesti sono universali, tradotti da tutte le lingue nello stesso gesticolare ( vedi un saluto, fame, sonno, sete, un sorriso, una lacrima ecc). Questo apprendimento altro non è che l’acquisizione della consapevolezza che le gambe servono per camminare, correre, saltare; le braccia per abbracciarsi, le mani per nutrirci, lavarci ecc, cioè impariamo la valenza delle parti del nostro corpo.

Fin da piccoli sappiamo che un viso che ci sorride ci dimostra accettazione, simpatia, mentre, al contrario, un viso accigliato ci rivela contrarietà, incondivisione, rifiuto.

Allora mi sembra naturale la deduzione che l’ambiente in cui cresciamo è importantissimo per determinare il grado di positività che istintivamente percepiamo e lasciamo filtrare attraverso i nostri sensori nel cervello.

Ecco che, cammin facendo, durante l’avanzare della nostra crescita, per spirito di emulazione, tendiamo ad assorbire gli atteggiamenti, con il messaggio relativo incorporato, che vediamo attuare dai nostri famigliari, in primis i nostri genitori. Cosa succede in questa fase!??!

Succede che tendiamo anche ad assorbire modi di fare e di pensare di chi si occupa di noi senza nemmeno che ce ne accorgiamo, senza sapere che quello che immagazziniamo in quel momento, uscirà più avanti nel tempo, quando saremo direttamente  responsabili di noi stessi.

Per esempio, se fin da bambini ci siamo sentiti ripetere che non possimao fare quella cosa perché siamo piccoli (= incapaci), cresceremo con quel pungolo nel fianco che ci farà sentire sempre incapaci di fare quella determinata cosa; se ci dicevano in continuazione di non mettere i soldi in bocca perché sono sporchi, cresceremo credendo che i soldi siano sporchi, impuri; ogni volta che hanno criticato NOI e non L’ATTO che abbiamo compiuto, cresceremo convinti che noi SIAMO quello che ci hanno detto.

Una volta adulti non avremo quell’autostima necessaria di noi stessi, ci sentiremo frustrati, fallibili, incompetenti; di soldi non ne avremo mai perché sono “sporchi”, saremo pasticcioni, incostanti, inaffidabili e via così: una bella prospettiva, non c’è che dire, e non c’è neppure da meravigliarsi se disattendiamo i nostri obiettivi o addirittura non ne abbiamo nemmeno uno… siamo demotivati, apatici, ci lasciamo vivere e la nostra esistenza rischia di passare inosservata anche da noi stessi!

EHI! MA STIAMO SCHERZANDO??? S V E G L I A A A A A A A!

Riprendiamoci ciò che ci appartiene, la nostra unicità, per esempio,  le nostre capacità, la nostra fiducia in noi stessi… come si fa? SEMPLICE!

BASTA RIVEDERE TUTTE LE VOCI DEL NOSTRO ARCHIVIO CHE CI RIGUARDANO: prendiamo il controllo della nostra mente, armiamoci di scopa e paletta e un capiente bidone per la spazzatura e facciamo un risti-pulisti di ciò che non ci calza più a pennello: etichette che ci hanno rifilato altri, credenze e convinzioni non scaturite dalla nostra esperienza personale.. via, via . viiiaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Non hai idea di quante volte mi sia poste le domande “E chi l’ha detto? DOVE STA SCRITTO? ” e quella che prediligo : “PERCHE’ NO??”

Se non provi, non ti metti in discussione, non risolverai mai nulla.

VIVI DA PROTAGONISTA E NON DA SPETTATORE INERME!

“MI PRESENTO: PIACERE, CONSAPEVOLEZZA DEL SE’”

Salve a tutti, mi scuso per il modo un po’ inusuale con cui mi intrometto in questo blog, ma ho pensato che questo fosse un modo come un altro per farmi conoscere ai più, visto che ho constatato che sul mio conto circolano voci poco chiare e qualcuno addirittura ancora non mi conosce.

SONO LA CONSAPEVOLEZZA DEL SE’.

Forse sarei più corretta se usassi una forma al plurale, dato che ognuno di voi ha la PRORPIA CONSAPEVOLEZZA, o per lo meno dovrebbe averla, per cui siamo lo stesso numero di voi esseri umani, ma per comodità e per essere chiara una volta per tutte, preferisco parlarti al singolare perché è proprio a te personalmente che mi voglio mostrare in tutte le mie sfumature.

Il rapporto uno a uno è sempre il migliore e il più diretto.

In un’unica definizione, molto sinteticamente, potrei dirti che sono la tua capacità di vederti con i tuoi occhi.

Semplice?, scusa ma mi scappa da ridere! Si perché è qui che casca l’asino, senza offesa naturalmente!

Posso farti una domanda indiscreta?, tanto qui siamo solo io e te, ti chiedo solo di rispondere con onestà, altrimenti non possiamo stringere amicizia, collaborazione, complicità.

COME TI DESCRIVERESTI? COME TI PRESENTERESTI AD UN ALIENO COME RAPPRESENTANTE DEL GENERE UMANO PER FARGLI CAPIRE COME SONO FATTI I TERRESTRI?

Lo so, è una situazione assurda, ma è nei paradossi che si manifesta la realtà.

Ovvio che per rispondere, dovresti partire da ciò che hai dentro di te, perché lo sai cosa hai dentro, vero? Dai non fare lo gnorri, hai capito benissimo che non mi riferisco alla fisicità del corpo, ma intendo  quella parte di te che non si può radiografare, e che comunque è l’essenza del tuo essere… ecco esatto… i tuoi pensieri, le tue credenze, i tuoi valori e credo, le tue emozioni e sentimenti, i tuoi impulsi che ti spingono in ogni frangente a decidere il “come-dove-quando-perché-con chi-perquantotempo” di ogni situazione.

OPS! Spero di non aver osato troppo, ma è proprio di questo che sto parlando.

Sei cosciente, cioè hai sotto controllo ciò che dal tuo interno ti spinge verso l’esterno e ti fa muovere in una direzione anziché un’altra?

Io sono l’unico mezzo che hai a disposizione per usare il “tuo dentro” con cognizione di causa e di conseguenza, per coronare i tuoi sogni, le tue aspettative, ciò che vuoi realizzare nella tua esistenza. Attenzione, però, io non sono quella vocina che dialoga con te ogni volta che vuoi fare qualcosa o anche solo idearla: non ti confondere, quella è un’altra cosa Fin qui tutto bene. I guai cominciano quando tu mi vuoi scavalcare, fare come se io non ci fossi e questo mi irrita molto perché in definitiva, sono io che ne sa di più, che sono più informata sul tuo stato effettivo di efficienza, e non certe credenze e convinzioni che ti sei lasciato innestare nel cervello con l’inganno, l’ignoranza e a volta anche a tua insaputa proprio perché non sei stato né vigile, né ne hai discusso con me.

Io sono con te, dentro di te da sempre, le convinzioni, le opinioni, e una buona parte di fesserie del genere si sono infiltrate da fuori e tu le hai scambiate per me, le hai posizionate dentro di te e guarda che risultati hanno prodotto! Certo, è vero che non tutte sono così, per fortuna, ma ti assicuro che a volte mi hanno reso davvero la vita impossibile e allora io mi vendico su di te e ti lascio soffrire, perché pare che, in casi estremi, è solo tramite la sofferenza che finalmente ti decidi a vagliare la visione che hai di te stesso.

Io ne farei volentieri a meno, anche perché è un dispendio notevole sia di tempo sia di energie, ma sai come si dice: a mali estremi, estremi rimedi!

Inoltre, la storia mica finisce qui, il fatto è che come ti senti dentro, lo esterni fuori.

Ti faccio un esempio.

Supponiamo che tu sia un dirigente di non so cosa. Ti presenti in ufficio ogni mattina tutto tirato in giacca e cravatta, in tailleur se sei una lei, impeccabile, faccia seria , sguardo distaccato, (perché la tua credenza è questo che ti impone), vedi una scena buffa in cui altri ridono, e tu, per mantenere integra la tua performance, resti impassibile e prosegui per il tuo ufficio, mettendo anche a disagio chi sta ridendo, e poi, magari richiusa la porta alle tue spalle, ti sbellichi alla Fantozzi. Il casino si presenta se subito c’è qualcuno che bussa alla tua  porta! E’ dura riprendersi il contegno austero.

Che impressione credi abbiano avuto di te le persone che ti hanno visto entrare nel tuo ufficio? Esatto: della persona che non si perturba mai, tutta d’un pezzo… ma è ciò che sei realmente?

ASSOLUTAMENTE NO. Tu all’esterno dai esattamente un’immagine falsata di te come lo è la tua credenza sul come deve essere un dirigente.

Una cosa importante da tenere sempre a mente è, a prescindere dal ruolo che ricopriamo nella società,che siamo prima di tutto uomini e donne. PUNTO.

Sembra una cavolata, invece è importantissimo ricordare a noi stessi e agli altri che siamo tutti esseri umani con i propri pregi e difetti: questa è l’unica via sicura per accettare gli altri e farsi accettare a nostra volta. L’empatia si manifesta solo fra simili.

In altri termini, io sono il concetto che tu hai di te stesso. Tutto comincia e dipende da lì!

CAPISCI ADESSO PERCHE’ E’ IMPORTANTE CHE TU MI RICONOSCA COME PARTE INTEGRANTE DI TE?

Per oggi può bastare così, ti lascio con una citazione biblica, che proprio perché è tale, ha una valenza doppia: 1) se è scritta vuol dire che di solito non ne teniamo conto, 2) è imperativo per il nostro benessere farlo.

ABBIATE UN SOBRIO CONCETTO DI VOI STESSI.

Meditiamo, gente, meditiamo!

Come proiettarsi nel futuro mentre il tempo sembra essersi fermato

Lo sentivo nell’aria, lo avvertivo nell’immobilità delle cose, come  prima di un temporale: il vento smette di soffiare, gli uccellini  tacciono, non si muove una foglia e all’improvviso l’acqua scroscia pesante, gelida dal cielo colpendo con le sue gocce ogni cosa.

Così era con mia madre quando si arrabbiava per un nonnulla. Quando avevo 9 anni lei, con un qualsiasi pretesto si avventava su di me come un animale ferito e mi colpiva, mi colpiva ancora con sempre più forza. Io mi rannicchiavo in un angolo, coprendomi il capo alla bell’e meglio con le braccia. Non piangevo, respiravo piccolissimi sorsi d’aria, mentre sentivo I suoi pugni tempestare sul mio corpo, ma quante mani aveva? mi sembravano mille.

Le prime volte ero come paralizzata dalla paura e restavo anche raggomitolata dopo che aveva smesso di colpirmi. Solo ai suoi ordini secchi mi alzavo di scatto ignorando il dolore diffuso e, una testa basta, mi presentavo a Lei nell’inccertezza di buscarne ancora.

E’ stato in quei momenti che ho imparato a “traslare”

Era tutto così tremendamente duro da sopportare, così immenso da incamerare per me piccola bambina disarmata sotto ongi punto di vista, che per forza mi son dovuta Inventare qualcosa per superare quei momenti terribili.

Alle prime avvisaglie di turbolenza, cominciavo uno preparami psicologicamente, e mi dicevo “Coraggio, quando comincerai a colpirmi, picchierai il mio corpo, ma non la vera me. Io non sentirò nulla perchè col pensiero mi trasporterò nel momento in cui sarà tutto finito, passato “.

E facevo così, sotto le sue battute, il mio copro era lì, ma la mia testa, i miei pensieri vivevano già nel momento in cui tutto era  già finito.

Crescendo ho imparato uno guardare oltre. Pensavo che, quando finalmente sarei diventata grande, avrei potuto dirle “BASTA”, mi proiettavo già nel mio futuro di maggiorenne in cui avrei potuto tenerle testa. Mi immaginavo la scena in cui lei alzava il pugno per picchiarmi e io, in piedi di fronte a lei, le fermavo il braccio mentre avrei pronunciato questa frase. “Adesso basta, mamma, non sono più una bambina, ora te lo posso dire: non picchiarmi mai più” e riuscivo a tenere il mio sguardo dritto nel suo. Immaginavo ancora la sua reazione, alla sensazione di percepire nella mia mano che bloccava il suo braccio, il diminuire della sua intenzione  fino al cedimento e all’abbassamento del pugno.

Purtroppo lei è morta prima che io compissi i 18 anni, a causa di un cancro. Ma Il fatto di aver usato quella strategia di “traslazione”, passami Il termine, mi ha permesso di non soccombere sia emotivamente,  sia fisicamente , di trovare la forza di stringere i denti e superare il momento cruciale che aveva sì un inizio, ma anche una fine.

Ecco il segreto: propiettarsi nei momenti postumi, a quando tutto sarà di nuovo sereno.

Anche la prima volta che ho partorito ero un pò ansiosa, ma sapevo che nessuno poteva sostituirmi, che toccava a me, e allora mi immedesimavo nel momento in cui avrei avuto finalmente la mia bambina tra le braccia, molta così ho superato il momento più con energia e partecipazione in attesa del risultato finale.

La seconda volta, memore della prima, sapevo già a cosa andavo incontro, ma forte della  gioia che ho provato oltre alla mia immaginazione, quando ho stretto al petto la primogenita, conoscevo già anche l’alto livello di felicità cui stavo andando incontro e che era lì ad aspettarmi per invadermi il cuore, nel momento del travaglio pensavo che a ogni dolore veniva fatto un passo in avanti verso il suo raggiungimento.

Perché, in definitiva, il tempo, il suo trascorrere, è cadenzato dal suo ritmo (tic-tac-tic-tac-tic-tac), siamo noi che ne distorciamo la percezione. Quando infatti siamo impegnati in qualcosa di piacevole, sembra che voli, al contrario, quando stiamo vivendo dei momenti di sofferenza, sembra che non passi mai,  sembra che un minuto duri un’eternità.

Quindi, quando hai già sperimentato una volta che la momentanea sofferenza è l’ultimo scalino che i divide dalla tua meta,  qualunque essa sia,  lo  farai con slancio  e vedrai che  il tempo  continuera  a scorrere col ritmo di sempre.

Come disinforma l’informazione.

Ieri mattina ero su un treno, e dato che il viaggio era abbastanza lungo, mi sono premunita di un buon libro per impegnare proficuamente il tempo. Mi son seduta in un seggiolino del corridoio perché pensavo di avere meno chiacchiere intorno. Alla stazione sucessiva mi si è affinacata una signora : “E’ occupato questo seggiolino? sa anche a me piace leggere in treno, e qui si legge meglio!” e io “Prego, signora, si accomodi pure” e le sorrido. Io mi ributto nel mio volumetto, lei si accomoda vicino a me.

“Ma ha visto che roba?” io riemergo dalla mia “trance” “Che cosa?” le chiedo  e lei mi gira il suo settimanale e mi fa “Ma guardi qui, c’è scritto che la moglie di Marrazzo lo perdona… lo so io perchè.. è per i soldi mica per altro. Io lo avrei buttato fuori di casa” mi dice lei tutta indignata.

Io, non ancora del tutto presente a me stessa le dico “Può darsi  che sia come dice lei, o può darsi che davvero lei ami suo marito e lo abbia perdonato, oppure che la casa è intestata a lui e quindi lei non lo possa buttare fuori” ma dentro di me pensavo “ma che mi frega a me??”. Lei mi guarda e capisco di non aver dato la risposta esatta. Lei rigira il giornale dalla sua parte e riabbassa la testa.  Io seguo il suo esempio, ma con la coda dell’occhio la tengo sotto mira. Sfoglia un’altra pagina, si mette a leggere. Bene, aspetto altri due secondi e penso “Ok, si è rituffata, allora lo faccio anche io” e mi riconcentro sul libro.

“Ma guardi qua!! Questo ex senatore, ha più di 80 anni e adesso tira fuori anche lui la sua storia. Ma non poteva tenerla nascosta ancora, visto che in tutto questo tempo nessuno aveva mai fatto trapelare alcun chè?”

Io mi rigiro verso di lei, la guardo e alzando le mie spalle e voltando i palmi delle mani al cielo, le rispondo “Che vuole che le dica, io non so nemmeno di chi sta parlando!” Lei mi guarda sconcertata, allora gira altre pagine e mi mostra altre immagini di personaggi noti ai più che hanno sulla coscinza non so quali pecati capitali, e in seguito ad ogni mio disconoscimento, mi apostrofa ” Ma lei la guarda la televisione? legge i giornali? vive in questo mondo?” La cosa si stava proprio mettendo male per me: avrebbe fermato il treno??

Intanto il suo alteramento stava richiamando l’attenzione di altri viaggiatori presenti sia nel corridoio, sia nello scompartimento davanti a noi: non so quanti occhi avevo puntati su di me. Ma io volevo solo leggere in pace il mio libro e che diamine! (ho preso la ferma decisione che la prossima volta che prenderò un treno,  se qualcuno mi chiederà qualsiasi cosa, fingerò di essere un’Ostrogota!)

Mi ha provocato, e adesso è peggio per lei!

“Signora, lo so che le sembrerà strano, ma io non guardo la tv, a meno che ci sia qualcosa in particolare che mi interessi. Le notizie le apprendo da una radio che riporta solo gli eventi senza commenti, quelli preferisco farmeli da sola se è il caso. Sono molto impegnata, quindi il poco tempo libero che ho e quello che posso sfruttare quando faccio delle code in uffici o in situazioni tipo questa, preferisco leggere un libro autorevole, serio, misurabile anzichè perdermi dietro ai gossip, perché penso che tutto quello che hanno scritto in quel giornale che lei ha in mano , come in tutti quelli simili, vengano riportate delle notizie non notizie per distoglierci dai veri problemi del Paese.”

Ormai avevo sparato,il silenzio era totale, a parte lo sferragliare del treno: che li avessi uccisi tutti in una volta? “Papà, ho la pipì” meno male, qualcuno è ancora vivo!! ;)

Lei mi guardava allibita, con gli occhiali sulla punta del naso e gli occhi sgranati al di sopra delle lenti.

“Quale libro sta leggendo? E quali sarebbero le “notizie-notizie”di cui siamo all’oscuro?” Il dialogo stava prendendo una pessima piega, questa donna si era sentita punta sul vivo e io, con la dannata abitudine di dire sempre quello che penso, avevo dato, mio malgrado, il via ad un mach con tanto di pubblico : ma perché non imparo a mordermi la lingua??

“Comprendi i sintomi del tuo corpo” di Vicente Herrera che è un libro sulla medicina psicobiologica che introduce alla teoria della Nuova Medicina di Hamer…” lei mi interrompe “E chi è Hamer?”

“E’ un medico plurilaureato tedesco, quello che ha inventato la TAC e che ora vive come rifugiato politico in Scandinavia perchè ha pestato molti piedi con la sua teoria che si può guarire anche senza medicine di cui nessuno parla ufficialmente, è un personaggio scomodo, anche per le case farmaceutiche” e lei “Mai sentito” e io “Non mi stupisce, credo non abbia avuto il tempo di folleggiare a tal punto di interessare i giornalisti del gossip” Sono riuscita ad evitare due saette che uscivano dal suo sguardo per pura fortuna.

Ho continuato ” Vede, anche per quanto riguarda la pandemia dell’AN1H1, ci parlano di alcuni decessi, ma solo in fondo all’articolo ammettono che i deceduti soffrivano anche di altre patologie lascinado così spazio al dubbio, per contro non ci dicono cosa c’è dentro al vaccino.  In compenso in America hanno fatto una liberatoria per le case farmaceutiche che producono il vaccino per gli eventuali effetti collaterali rilasciati dal vaccino stesso. Ora io mi domando, se il vaccino ha il compito di tutelare la nostra salute, come mai le case produttrici si coprono le spalle? che cosa temono? come mai lo stanno facendo in questo specifico caso? Ma queste sono domande pericolose, le risposte sarebbero, eufemisticamente, imbarazzanti da dare, quindi meglio distogliere le menti dei molti dai veri quesiti, distraendoli con altri eventi decisamente molto meno impegnativi.”

Per fortuna era arrivato per me il momento di scendere. Sicuramente saranno rimasti delusi nel vedermi scendere gli scalini, anzichè essere aspirata verso l’alto da un fascio di luce proveniente da un’astronave…

Stress: una parola, tante parole: silenzio.

Raramente guardo la tv, ma ieri sera, mentre attraversavo la mia grande cucina, lo schermo ha catturato prima  il mio udito e di conseguenza anche il mio sguardo.

 Non so che film fosse, fatto sta che si stava svolgendo una una lotta all’ultimo sangue fra due tipi che si colpivano con una forza inaudita circondati da numerosi spettatori che urlavano, incitavano, gridando suggerivano mosse.  Più venivano incitati, più diventavano cruenti. Mi si è accesa una lampadina!

Non ho capito  il contesto della scena, ma quello che mi è arrivato al cervello è stato che questi due personaggi si caricavano di rabbia e aggressività sotto l’influsso delle tante parole che venivano gridate dal pubblico. Alla fine della dello scontro, quello rimasto in piedi, non ostante i colpi e le ferite incassate, invece di apparire stanco, dava tutta l’aria di essere pronto per stenderne un’altro.

Allora ho pensato: “E se facessimo il contrario?” Adesso mi spiego.

Cosa, o per meglio dire, come pensiamo quando c’è una preoccupazione che ci attanaglia? Cominciamo a rimurginarci su, e più ci concentriamo su di essa, più sembra insormontabile, poi, come se non bastasse, ecco che da un lato della prima, ne spunta una seconda, .. e poi una terza… una quarta: collassiamo sulla poltrona oppressi dal peso in mezzo al petto.

SIAMO STRESSATI!

Questo stato d’animo ne racchiude altri, ovviamente negativi, come la rabbia, la frustrazione, l’inadeguatezza, la ribellione, l’impotenza e chi più ne ha più ne metta. Appunto come i due lottatori venivano infuocati dai presenti, noi ci autocombustiamo fomentando questo crescendo negativo: è uno scontro con noi stessi in cui non usciremo vincitori se alimentiamo il fuoco che ci arrostisce.

Ripeto, e se facessimo il contrario? e cioè scomponessimo il rogo in tante piccole candele? sarebbe più facile spegnere la fiamma.

Non mi guardare strano, ora ti spiego.

Se noi ci occupassimo di una situazione alla volta, invece di raggrupparle nel “bollettino dello stress”, e la deframmentassimo in sottocategorie, ci sentiremmo subito più sollevati.

Vediamo come fare in pratica con  “rabbia”, per esempio.

Rabbia

collera

sdegno

stizza

irritazione

disappunto

fastidio

Non credi che la percezione di queste diminuzioni fungano un pò da estintore? Il battito rallenta, si normalizza la respirazione, si dirada “il fumo”, la tensione si abbassa e siamo quasi neutri: è quasi silenzio ci possiamo rilassare.

Cosa intendi tu per RILASSAMENTO?

Rilassati, non ti faccio faticare, ti metto anche la definizione di RILASSARE:  1) allentare, distendere, specialmente una tensione fisica (rilassare i nervi, i muscoli),  rendere meno rigido, duro, stretto. 2) rilasciare distendersi, sollevarsi fisicamente e spiritualmente. 3) infiacchirsi, scadere (es la moralità si sta rilassando).

Adesso  possiamo monitorarne la gestione.

La forza del rilassamento sta nelle parole che ci diciamo, nel modo che ce le diciamo perché sono queste che modificano il nostro stato d’animo.

Ti voglio raccontare una storia che hanno raccontato a me e che mi è piaciuta un sacco.

Un giorno un gruppo di rane se ne andavano a zonzo per una radura. Ad un certo punto, un gruppo si stacca da quello principale credendo che nella buca poco distante ci fosse un pò d’acqua. Alcune di esse partono con un tale slancio da finire con due salti sul fondo della fossa: l’acqua non c’era.

Deluse, vogliono uscire, ma… il bordo è troppo alto. Cominciano a saltare come forsennate. Il resto del gruppo intanto si era avvicinato al bordo dell’incavo con molta attenzione per non scivolare a loro volta. Vedendo le compagne saltare come disperate, cominciano ad urlare  “Rassegnatevi, non ne uscirete vive.  Non ce la farete mai e noi non possiamo aiutarvi. Morirete nel buco”

Le rane nella fossa smisero di saltare, e si rassegnarono a morire lì. Ma ce ne era una che, guardando le altre rane sul bordo, decise di raccogliere tutte le sue ultime forze per spiccare un altro salto e….OPLA’ riuscì a salvarsi. Le compagne rimaste fuori continuavano ad agitarsi, così lei gli si avvicinò e cominciò a ringraziarle una per una. Una le domandò ” Perché non ti sei rassegnata come le altre??!?!?!  non hai sentito cosa dicevamo???” e mentre parlava la guardava con occhi quasi spazientiti. Al che, anche le altre cominciarono a recriminare, lasciando la rana che si era salvata interdetta che a sua volta rispose ” Io non ho capito cosa dicevate, sono un pò sorda, ma vi ho visto così agitate e pensavo che ci steste incitando, spingendoci a non mollare … è per questo che sono riuscita a racimolare le forze e concentrarle nell’ultimo salto …”.  Silenzio.

Perché capitano tutte a me?!?

Lo so che a te non capita mai di farti questa domanda, sono solo gli alieni che se la pongono!;)

Comunque, l’altro giorno a me è successo. Una mia amica mi ha srotolato tutta una serie di sue vicissitudini e ha concluso ” Ma perchè capitano tutte a me?”

A mia volta ho risposto ” Vuoi la busta 1 o la 2?” lei mi ha guardato un pò perplessa,  perché si aspettava da me una risposta rincuorante e accogliente. E io  “Ti do un aiutino: la 1 contiene quello che vorresti sentire dire, la 2 quello che penso!” e lei “Lo sapevo che c’era la fregatura… -sospira- dammi la 2!”

Scusa eh! ma essere amiche vuol dire, fra le altre cose, essere sincere, e poi io prima avviso!! ” Va bene- le rispondo- sappi però che non ti piacerà quello che ti dirò, non voglio che mi rispondi, anche perché non mi devi nessuna spiegazione. Capitano tutte a te perché sei tu stessa che prepari il terreno giusto per questi eventi”

Silenzio.

I suoi occhi da prima sembrano due lanciarazzi” spara-a-zero”, io trasformo i miei alla San Bernardo, poi i suoi ritirano le armi  e per stavolta ancora, porto a casa la pelle!

A volte è dura dire quello che si pensa davvero, ma un’amica si vede nel momento del bisogno no? E allora come avrei potuto io mentirle?

Io non sono un’aliena, cioè riferita ai terrestri non lo sono, ma per un marziano lo sono… vedi com’è sempre tutto relativo e ribaltabile? Qui è la stessa cosa.

Pensaci bene, quante volte gli eventi a te contrari si sono verificati a causa di una tua negligenza? Se perdi il treno perchè ti sei alzato tardi, non è il fato ad esserti avverso, se ti sei svegliato  tadi perchè la sveglia non ha suonato, è perché tu non tieni monitorato lo stato delle pile, non è una coincidenza… capisci ciò che ti voglio dire?

Ci dobbiamo mettere nella zucca che non possiamo vivere a testa per aria e poi avere la pretesa che tutto fili liscio.

Quando invece siamo sicuri, ma proprio sicuri sicuri, di aver fatto tutto come si deve e ci succcedono degli imprevisti, non è che siamo scalognati o la sorte abbia deciso di giocare un pò con noi. Quando questo si verifica, apri i radar, perchè sicuramente c’è qualcosa di buono per te nell’aria.

Ti potrei citare decine di aneddoti in cui mi è capitato di vivere dei contrattempi che poi hanno dato origine ad eventi che mi son venuti incontro per il mio bene, che  altrimenti non si sarebbero potuti verificare.

Uno però te lo racconto.

Questa estate dovevo partecipare ad un convegno Premium di lavoro-casa.com : era tutto pronto da tempo, anche la mia valigia, che di solito faccio sempre all’ultimo momento per essere sicura di non dimenticare nulla di ciò che mi serve, e mia suocera si sente male, la devo portare all’ospedale e la mia vacanza-studio salta.

Proprio il giorno della partenza passo dal bar delle mie figlie e una mi fa “Mamma, meno male che sei qui, adesso deve venire una persona a parlarmi, ma ho un imprevisto improvviso e non posso essere presente, puoi sostituirmi?” (quale  mamma  direbbe di  no?) Accetto.

Puntuale il ragazzo arriva. Dopo i convenevoli e le presentazioni, passiamo dal vero argomento dell’incontro ad altre conversazioni, colloquiando come due che si conoscono da una vita. Alla fine scopriamo che abbiamo un sacco di interessi personali in comune, ci scambiamo informazioni, pareri e lì si buttano le basi per una collaborazione proficua per entrambi.

Ora, io ero un pò dispiaciuta di non aver potuto partire, ma se lo avessi fatto non avrei incontrato Massimo. Capisci? Ho semplicemente accettato il fatto in sè senza protestare, senza recriminare, certa che avrei capito prima o poi cosa c’era dietro.

A volte può succedere che non vedi personalmente il vantaggio della tua “perdita”, ma il fatto di non toccarlo, non vuol dire che non ci sia! Io non sono mai stata in America, non l’ho mai vista, ma questo non vuol dire che essa non sia il continente che è, rendo l’idea? Magari un contrattempo, chiamiamolo così, ti può evitare di incappare in un incidente stradale, per esempio, o comunque un qualsiasi frangente di sofferenza maggiore al dispiacere di non aver coronato il tuo desiderio immediato.

Soluzione

La prossima volta che stai per pronunciare la fatidica frase “Perché capitano tutte a me??”, conta fino a tre, analizza ciò che hai pensato-detto-fatto fino a quel punto, analizza la situazione e domandati:

ho delle responsabilità? quali? potevo agire in maniera differente? posso rimediare? cosa posso fare nell’imminente futuro perché ciò non si ripeta? cosa devo cambiare per ottenere risultati differenti?

Le prime volte si può inciampare in difficoltà di diverso grado, ma l’importante è tenere duro, come ti ho già detto che non contano le cadute, conta che ti rialzi una volta in più.

E’ solo facendo che si impara. Non c’è una scorciatoia, non esistono sconti: tutto ciò che pensiamo-diciamo-facciamo, comporta delle conseguenze, ma attenazione, anche il non fare nulla produce delle ripercussioni nella tua vita.

Fatto questo, puoi passare alla fase due, cioè accettare la situazione in essere. Perché?  Perché se non lo fai, ti crei come un blocco interno che non ti permette di progredire, di accorgerti dei risvolti, delle possibili opportunità che derivano dalla situazione stessa.

Tornando alla mia esperienza, se mi fossi focalizzata sulla negazione del mio viaggio, sulla rabbia di non poter partire, sulla frustrazione, probabilmente avrei voltato le spalle a mia figlia, le avrei consigliato di telefonare al tipo e rimandare l’appuntamento. Così facendo, senza saperlo, avrei perso una grande opportunità. Invece ho lasciato andare i pensieri negativi e mi son comportata come se nulla fosse successo. In poche parole, non ho permesso a questo contrattempo di dominarmi, di offuscarmi la mente, di chiudermi in me stessa a “covare” la rabbia, a piangermi addosso.

La morale in tutto questo è che a volte ci succedono delle contrarietà che ci impongono di rinunciare per poi affrirci qualcosa di più valore ancora in armonia col tuo obiettivo primario.

Prova a ripensare a qualche intoppo successoti in passato, rivedi il film e controlla se  è successo anche a te di rinunciare per poi ritrovarti tra le mani un’opportunità ancorqa più grande. Fanne tesoro e ripensaci la prossima volta che ti senti ostacolato: forse è per un tuo bene maggiore.

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