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COME SIAMO ARRIVATI AD ESSERE COME SIAMO OGGI?piccolo viaggioattraverso gli insegnamenti avuti e dati.

Siamo stati cresciuti, almeno quelli dalla mia generazione a ritroso, con l’insegnamento del rispetto per le persone più grandi di noi, di coltivare lo slancio altruistico, di osteggiare il nostro naturale egoismo.

Poi è successo qualcosa.

L’altro giorno, per andare in centro, ho preso un autobus. Era una vita che non ci mettevo piede sopra. Il corpo passeggeri era variegato: giovani, anziani, persone di mezza età. La mia attenzione è stata catturata da una signora anziana che si reggeva a mala pena in piedi e pur sostenendosi alla maniglia di un seggiolino sul quale era seduto un sedicenne, ad occhio e croce, questi non le ha ceduto il posto pur avendola vista.

Ci sono rimasta male.

Ai miei tempi, non dico che si faceva a gara a chi cedeva il posto per primo, ma quella forma di rispetto almeno per gli anziani, era davvero forte. Lo so, è un banale esempio, ma mi ha fatto riflettere e molto.

Certo che non voglio fare il solito discorso generazionale più che inflazionato “sulla gioventù d’oggi”( da che mondo è mondo, i giovani sono sempre stati definiti “ribelli”).

No, il discorso è un altro: che cosa abbiamo trasmesso NOI ai nostri figli?? E non dico a parole, ma a fatti. Sì, noi, con i nostri modi di comportarci, di pensare, di sostituirci a loro esaudendo la benché minima richiesta quasi immediatamente?

Noi siamo i figli del dopo-guerra, i figli dei figli della sopravvivenza, dei moltissimi contadini e dei pochissimi benestanti. I nostri genitori sono cresciuti in un momento di grandi cambiamenti, di restrizioni e privazioni e con queste premesse si sono ripromessi di non far passare i propri figli per le medesime traversie, quindi tutti a scuola, meglio se fino all’università. Così siamo arrivati ad una generazione che per il 90% è diplomata e/o laureata. Non stupiamoci, oggi, come mai in un cantiere edile troviamo manovali anziani e solo giovani extra-comunitari, così come per ogni altra attività che richiede abilità manuali.

Capisci dove voglio arrivare? Abbiamo tutti reso imperante il “pezzo di carta” che ci qualifica e per il quale abbiamo sacrificato l’apprendistato formativo impartito dal vivere nel quotidiano: ci siamo trovati con la pappa cotta nel piatto e in diversi casi, abbiamo anche trovato di che criticare!

Il risultato?

Tutto ci è dovuto, siamo i padroni del nostro tempo, delle conoscenze, dirette o indirette che siano, i fautori indiscussi del nostro futuro… o almeno è questo che ci raccontiamo. In compenso ci siamo lasciati alle spalle il come coltivare i rapporti umani, le relazioni sia di amicizia, sia di affetto e amore in tutte le loro forme. Siamo diventati dei cultori dell’apparire e non dell’essere… ci siamo volutamente dimenticare delle nostre origini, del perché siamo qui.

Scusa, non voglio apparirti presuntuosa, ma non ti pare che stiamo un tantino esagerando?

Basta guardare i nostri bambini: a 10 anni hanno già bruciato le tappe, sono super informati, sanno usare il pc, la play station, wii, il cellulare e chi più ne ha più ne metta, dopo la scuola tra catechismo, calcio, atletica, corsi di vario genere, arrivano a 15 /18 anni con già alle spalle relazioni amorose già consumate, durate l’arco di 2 fine settimana e concluse. Si identificano nei loro vari clan con lo slogan “ chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori” o appartieni ad uno di questi, o sei uno zero: potresti essere la sapienza e la saggezza in persona, ma fuori dal giro non sei nessuno, solo oggetto di derisione ed emarginazione. Ancora qualche anno e si entra nel mondo della competizione, dove fare lo sgambetto al compagno di merende diventa del tutto normale se non addirittura necessario.

Ma sotto sotto, dentro di noi, qualcosa brucia, urla.

Allora abbiamo due possibilità: o soffochiamo il tutto, ignorandolo ( scelta più facile nell’immediato), o l’assecondiamo incamminandoci nei meandri dentro di noi per capirne la natura e la richiesta. Questo però comporta un prezzo che non sempre abbiamo voglia di pagare… forse perché faticare non è nelle nostre corde? O forse perché comunque questo ci porterebbe ad una sorta di sofferenza, alla mercè dei giudizi altrui, al pericolo di non essere più capiti e accettati dagli altri?Forse per questi motivi e magari anche per altri, ma penso che la causa principale è che non sappiamo come si fa, perché non ci è stato insegnato come fare a tempo debito.

Non c’è scampo: ogni nostra azione ( fatta o meno) porta delle conseguenze che prima o poi verranno a riscuotere dal debitore o dalla sua discendenza, se il primo non è più in grado di pagare.

E’ inevitabile, le comodità si pagano a prezzo di lusso, ma proprio perché comode, non ti insegnano strada facendo a pagare in piccole rate, così arrivi ad un passo dalla meta che per compiere l’ultimo ti presenta l’onorario tutto insieme e se hai entrate minori di ciò che è richiesto, resti lì, dietro la porta a vetri a guardare chi ha percorso la strada magari più lunga e tortuosa che essendo già avvezzo a lasciare piccoli acconti, ora è là, oltre la soglia, mentre tu sei rimasto fuori.

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